
Spondiloartrite assiale: terapie efficaci, ma diagnosi ancora troppo tardiva
Nella spondiloartrite assiale, le terapie attuali consentono nella maggior parte dei casi un controllo efficace della malattia e una qualità di vita sovrapponibile alla norma. Ecco perché il vero nodo clinico resta arrivare presto alla diagnosi È questo il messaggio centrale che accompagna la Giornata Mondiale della Spondiloartrite Assiale del 2 maggio, promossa in Italia dall’Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare (APMARR), che rilancia il tema della consapevolezza e della diagnosi precoce anche attraverso un webinar in programma il 4 maggio.
La spondiloartrite assiale, patologia infiammatoria cronica che interessa circa 40.000 persone nel nostro Paese, continua infatti a presentare un paradosso clinico: a fronte di strumenti diagnostici più raffinati – su tutti la risonanza magnetica – e di un armamentario terapeutico profondamente rinnovato, il ritardo diagnostico medio resta nell’ordine di 6-7 anni. Un intervallo che pesa non solo sul decorso della malattia, ma anche sulla dimensione psicologica e sociale del paziente.
Come sottolinea Salvatore D’Angelo, professore associato di Reumatologia presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi della Basilicata, il problema non è tanto “fare” diagnosi, quanto farla in tempo utile. Il sintomo cardine, il mal di schiena, rimane infatti aspecifico e spesso sottovalutato, soprattutto in assenza di segni evidenti di infiammazione. Ne deriva un percorso frammentato, in cui il paziente transita tra diversi specialisti prima di approdare al reumatologo, che dovrebbe invece rappresentare il primo riferimento.
Nuovi farmaci e programmi riabilitativi per fermare la progressione della malattia
Sul piano terapeutico, tuttavia, lo scenario è cambiato in modo sostanziale. Le tre principali classi di farmaci avanzati – anti-TNF, anti-interleuchina 17 e inibitori di JAK – consentono oggi di controllare la malattia nella maggior parte dei casi e, soprattutto, di modificarne la storia naturale. L’obiettivo non è più soltanto la gestione del dolore, ma la prevenzione del danno strutturale e il blocco della progressione. In questa prospettiva, la tempestività diagnostica diventa un fattore determinante di outcome.
Accanto alla terapia farmacologica, emerge con forza la necessità di un approccio integrato. Come evidenzia Andrea Bernetti, professore ordinario di Fisiatria presso l’Università del Salento e segretario generale della Società italiana di medicina fisica e riabilitativa (SIMFER) la riabilitazione rappresenta un pilastro imprescindibile della gestione clinica. L’esercizio terapeutico, declinato in programmi personalizzati che includono mobilità, stretching, attività aerobica e tecniche respiratorie, è fondamentale per preservare la funzionalità e prevenire complicanze, in un’ottica multidisciplinare che coinvolge reumatologo, fisiatra e team riabilitativo.
Da qui l’insistenza di Antonella Celano, presidente dell’associazione dei pazienti APMARR, sul ruolo dell’informazione: “conoscere per riconoscere” non è solo uno slogan, ma una strategia di sanità pubblica. Migliorare la cultura sulle malattie reumatologiche, facilitare l’accesso a percorsi diagnostici appropriati e rafforzare il ruolo dello specialista sono passaggi chiave per ridurre i tempi di diagnosi.


