Sindrome TAFRO: gli anticorpi anti-SS-A potrebbero guidare la scelta del rituximab

La sindrome TAFRO potrebbe non essere un’unica entità clinica, ma comprendere sottogruppi biologicamente distinti in grado di rispondere diversamente alle terapie. In particolare, la presenza di anticorpi anti-SS-A sembra identificare pazienti che traggono un beneficio significativamente maggiore dal rituximab. È quanto emerge da una revisione retrospettiva della letteratura pubblicata sulla rivista “RMD Open” che propone una possibile stratificazione della malattia basata sul profilo autoanticorpale.

La sindrome TAFRO, acronimo di trombocitopenia, anasarca, febbre, fibrosi reticolinica, disfunzione renale e organomegalia, è una rara sindrome infiammatoria associata a elevata mortalità e a una marcata eterogeneità clinica. Per comprendere meglio le possibili differenze biologiche e terapeutiche tra i pazienti, gli autori hanno analizzato 212 casi pubblicati in letteratura tra il 1977 e il 2024, raccogliendo informazioni su autoimmunità associata, presenza di anticorpi anti-SS-A, livelli sierici di IgG, trattamenti ricevuti e outcome clinici.

L’analisi ha evidenziato che 37 dei 212 pazienti risultavano positivi agli anticorpi anti-SS-A, mentre 43 erano negativi. Tra i soggetti sieropositivi, 12 soddisfacevano i criteri classificativi per la sindrome di Sjögren. Complessivamente, 27 pazienti presentavano una malattia autoimmune concomitante e la sindrome di Sjögren è risultata la più frequente, presente in 13 casi, seguita dal lupus eritematoso sistemico in 5 casi.

Il dato più interessante riguarda la risposta terapeutica al rituximab. Nei pazienti positivi agli anticorpi anti-SS-A il farmaco è risultato efficace nell’88,9% dei casi, contro appena il 16,7% osservato nei pazienti anti-SS-A negativi, una differenza statisticamente significativa (p= 0,011). Al contrario, la risposta al tocilizumab non è risultata influenzata dalla presenza degli autoanticorpi: i tassi di efficacia sono stati pari al 37,5% nei pazienti anti-SS-A positivi e al 55,0% nei soggetti negativi, senza differenze significative.

Anche il profilo immunologico dei due gruppi è apparso differente. I livelli sierici di IgG erano significativamente più elevati nei pazienti anti-SS-A positivi rispetto ai negativi, con valori medi rispettivamente di 1,695,2 ± 599,5 mg/dL e 1,283,2 ± 672,4 mg/dL (p= 0,020). Secondo gli autori, questo dato potrebbe riflettere una maggiore attivazione delle vie immunitarie legate all’interferone di tipo I, già note per il loro ruolo nella sindrome di Sjögren e in altre malattie autoimmuni.

L’ipotesi avanzata dai ricercatori è che gli anticorpi anti-SS-A possano rappresentare un indicatore indiretto di attivazione della risposta interferonica e, di conseguenza, identificare una forma di TAFRO maggiormente dipendente dall’attivazione dei linfociti B e più suscettibile al trattamento con rituximab. Questo potrebbe contribuire a spiegare la marcata differenza di risposta osservata tra i due gruppi.

Gli autori sottolineano tuttavia che i risultati devono essere interpretati con cautela. L’analisi si basa infatti su casi clinici e serie di casi pubblicati, con una notevole eterogeneità metodologica e numeri relativamente limitati. Per questo motivo, la stratificazione della sindrome TAFRO secondo lo stato anti-SS-A deve essere considerata ancora un’ipotesi da confermare in studi prospettici dedicati.

Nonostante questi limiti, il lavoro suggerisce che una caratterizzazione immunologica più accurata potrebbe in futuro aiutare a personalizzare la scelta terapeutica nei pazienti con sindrome TAFRO, una condizione rara ma gravata da prognosi spesso severa, orientando verso strategie mirate sulla base dei meccanismi patogenetici predominanti.