
Malattia di Behçet, i biologici cambiano la prognosi e prevengono la cecità
In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Behçet, specialisti e associazioni di pazienti richiamano l’attenzione su una patologia rara, infiammatoria e cronica che può colpire diversi organi e apparati, compromettendo in modo significativo la qualità della vita. Negli ultimi anni, tuttavia, i progressi terapeutici hanno profondamente modificato la prognosi della malattia, riducendo il rischio di complicanze gravi e irreversibili.
La Malattia di Behçet è caratterizzata da un’infiammazione sistemica che può interessare pelle, mucose, occhi, sistema nervoso e vasi sanguigni. È più frequente nei Paesi del bacino del Mediterraneo e lungo la storica Via della Seta e colpisce prevalentemente giovani adulti, soprattutto uomini. Tra i sintomi più caratteristici figurano ulcere orali e genitali ricorrenti, manifestazioni cutanee e problemi oculari come uveite e vasculite retinica. Nei casi più complessi possono comparire trombosi, aneurismi e coinvolgimento neurologico.
Secondo il professor Fabrizio Conti, ordinario di Reumatologia presso la Sapienza Università di Roma:
la prognosi è radicalmente migliorata rispetto agli anni ’90. Ricordo giovani pazienti che arrivavano nei nostri ambulatori già con gravi danni oculari e, in alcuni casi, ciechi. Oggi, grazie ai farmaci biologici, possiamo prevenire e controllare molte delle complicanze più gravi, in particolare quelle oculari, neurologiche e intestinali.”
Gli specialisti sottolineano inoltre l’importanza della diagnosi precoce. La presenza di afte orali e genitali ricorrenti, soprattutto se associate a disturbi oculari, deve indurre a sospettare la malattia e a indirizzare rapidamente il paziente verso centri specializzati.
Fondamentale è anche un approccio multidisciplinare che coinvolga reumatologi, oculisti, neurologi e altri specialisti. Le associazioni dei pazienti chiedono infine un accesso uniforme alle cure innovative e ai centri di riferimento su tutto il territorio nazionale, affinché i benefici della ricerca possano tradursi in un miglioramento concreto della qualità di vita delle persone affette da questa rara patologia.


