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Sindrome da anticorpi antifosfolipidi: la resistenza alla proteina C attivata è frequente, ma non predice la trombosi

La resistenza acquisita alla proteina C attivata (APCr) e gli anticorpi anti-proteina C sono comuni nei pazienti positivi per anticorpi antifosfolipidi, ma non sembrano rappresentare biomarcatori indipendenti di futuri eventi trombotici nei pazienti già in terapia anticoagulante. È questa la principale conclusione di uno studio internazionale pubblicato su “Rheumatology” e coordinato da Ibrahim Tohidi-Esfahani del Department of Haematology dell’University College di Londra e del Concord Repatriation General Hospital di Sydney, in Australia.

L’identificazione di marcatori prognostici affidabili resta una delle principali sfide nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APS), una condizione caratterizzata da una notevole eterogeneità clinica e da un rischio persistente di recidiva trombotica. In questo contesto, il ruolo della resistenza alla proteina C attivata e degli anticorpi diretti contro la proteina C era rimasto finora poco definito.

Per chiarire questo aspetto, gli autori hanno analizzato 370 soggetti persistentemente positivi per anticorpi antifosfolipidi, con o senza APS conclamata, appartenenti al registro internazionale APS ACTION. La coorte comprendeva pazienti con storia di trombosi venosa, trombosi arteriosa, entrambe le manifestazioni trombotiche, morbilità ostetrica oppure sola positività anticorpale senza criteri classificativi di sindrome.

La resistenza alla proteina C attivata è comune nei pazienti positivi per anticorpi antifosfolipidi…

I risultati mostrano che oltre la metà dei pazienti presentava una forma di resistenza alla proteina C attivata. Il fenomeno era significativamente più frequente rispetto ai controlli sani e raggiungeva i livelli più elevati nei soggetti con pregressi eventi sia venosi sia arteriosi e nei pazienti con tripla positività anticorpale. Anche gli anticorpi anti-proteina C erano comuni, essendo rilevati nel 42% della popolazione studiata, con una forte associazione tra anticorpi ad alta avidità e presenza di APCr.

…ma non ha un valore prognostico

L’aspetto più rilevante dello studio riguarda tuttavia il valore prognostico di questi marker. Nel sottogruppo di 283 pazienti seguiti prospetticamente per una mediana di oltre otto anni, si sono verificati 25 nuovi eventi trombotici. Né la presenza di APCr né quella di anticorpi anti-proteina C si sono associate a un incremento significativo del rischio di trombosi durante il follow-up. L’analisi multivariata ha invece confermato il ruolo prognostico dei fattori di rischio cardiovascolare e della precedente combinazione di trombosi venosa e arteriosa.

Gli autori segnalano però un dato potenzialmente interessante: nei pazienti non sottoposti a terapia anticoagulante al basale, la presenza di APCr si associava a una tendenza verso un maggior numero di eventi trombotici successivi. Sebbene il risultato non abbia raggiunto la significatività statistica, probabilmente per il numero limitato di eventi osservati, esso suggerisce che la resistenza alla proteina C potrebbe contribuire al rischio trombotico in sottogruppi selezionati di pazienti.

Secondo gli autori, l’assenza di una chiara associazione prognostica nella coorte complessiva potrebbe essere influenzata dall’elevato utilizzo di anticoagulanti, che potrebbero attenuare l’impatto clinico della APCr. Saranno quindi necessari ulteriori studi prospettici per comprendere se questo parametro possa trovare spazio nella stratificazione del rischio dei soggetti positivi per anticorpi antifosfolipidi non ancora candidati alla terapia anticoagulante.