
Miopatie infiammatorie idiopatiche, recidiva in un paziente su tre: età e anti-NXP2 tra i predittori
Nelle miopatie infiammatorie idiopatiche (IIM) dell’adulto, la recidiva interessa circa un paziente su tre e alcuni elementi possono aiutare a individuare i soggetti a maggior rischio. Età più giovane alla diagnosi, positività agli autoanticorpi anti-NXP2 e impiego di immunoglobuline per via endovenosa (IVIG) durante l’induzione sono risultati predittori indipendenti di recidiva, mentre una terapia immunosoppressiva di mantenimento protratta per almeno cinque anni si è associata a un ritardo significativo della ricaduta.
È quanto emerge da uno studio retrospettivo, pubblicato sulla rivista “Clinical Rheumatology” e condotto presso l’Hacettepe University Hospital, centro di riferimento turco, su pazienti con diagnosi di IIM formulata tra il 2017 e il 2024 secondo criteri classificativi consolidati. La recidiva è stata definita come un aumento di almeno due volte della creatinchinasi e/o la necessità di intensificare la terapia immunosoppressiva per malattia muscolare o extramuscolare attiva.
L’analisi ha incluso 136 pazienti, per il 66,2% donne, con un’età media di 47,6 ± 17,5 anni. Il follow-up medio è stato di 5,3 ± 5,9 anni. Nel corso dell’osservazione, 46 pazienti, pari al 33,8% della coorte, sono andati incontro a recidiva. Il tempo mediano alla ricaduta è stato di 2,86 anni, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,73 e 4,99 anni.
I fattori associati al rischio di recidiva
L’analisi multivariata ha permesso di delineare alcuni fattori associati in modo indipendente al rischio di recidiva. Un’età più giovane alla diagnosi è risultata predittiva di ricaduta, con un odds ratio di 0,97 per l’età (IC al 95%: 0,95-0,99; p= 0,009). Particolarmente marcata è risultata l’associazione con la positività agli anti-NXP2, accompagnata da un odds ratio di 5,31 (IC al 95%: 1,24-22,58; p= 0,02). Anche l’impiego di IVIG durante la terapia di induzione è risultato un predittore indipendente, con OR 2,69 (IC al 95%: 1,16-6,26; p= 0,02).
Sul versante della terapia di mantenimento, un trattamento immunosoppressivo protratto per almeno cinque anni si è associato a un ritardo significativo della recidiva (log-rank p= 0,01).
Nel complesso, lo studio conferma quindi la frequenza non trascurabile delle ricadute nelle IIM dell’adulto e individua alcuni elementi associati a un rischio maggiore. Secondo gli autori, i risultati sottolineano la necessità di un’immunosoppressione a lungo termine e di un attento monitoraggio dei sottogruppi a più alto rischio.


