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Nefrite lupica attiva: nessuna differenza a 52 settimane tra rituximab, micofenolato e ciclofosfamide

Rituximab, micofenolato mofetile e ciclofosfamide endovenosa non mostrano differenze significative nell’efficacia clinica a 52 settimane nei pazienti con lupus eritematoso sistemico (LES) e nefrite lupica attiva. Inoltre, l’analisi dell’immunofenotipo del sangue periferico suggerisce alcune differenze nelle modificazioni delle popolazioni cellulari associate alle singole strategie terapeutiche, ma il confronto longitudinale tra i trattamenti non le conferma.

È quanto emerge da un’analisi retrospettiva condotta sui pazienti con LES e nefrite lupica attiva inclusi nel registro LOOPS, i cui risultati sono apparsi sulla rivista “RMD Open”. I ricercatori hanno considerato soggetti sottoposti a terapia di induzione con un singolo agente tra rituximab (RTX), micofenolato mofetile (MMF) o ciclofosfamide endovenosa (IVCY), in aggiunta ai glucocorticoidi.

L’obiettivo era valutare gli esiti clinici delle tre strategie e, parallelamente, esplorare come cambiasse nel tempo il profilo delle cellule immunitarie nel sangue periferico. Gli endpoint co-primari erano il raggiungimento della risposta renale completa e di un rapporto proteine/creatinina urinario inferiore a 0,7 g/gCr alla settimana 52. Sono stati inoltre considerati funzione renale, proteinuria, attività della malattia, recidive e sicurezza.

A 52 settimane non sono state osservate differenze significative tra i gruppi né nei tassi di risposta renale completa né nel miglioramento della proteinuria. Anche le variazioni della velocità di filtrazione glomerulare stimata, delle misure di attività della malattia e della dose concomitante di glucocorticoidi non hanno mostrato differenze significative tra le strategie terapeutiche.

L’immunofenotipizzazione

Lo studio ha affiancato alla valutazione clinica un’analisi delle sottopopolazioni immunitarie mediante citometria a flusso multicolore, effettuata prima e dopo il trattamento. Nelle analisi esplorative all’interno dei singoli gruppi, rituximab si è associato a una riduzione delle proporzioni delle sottopopolazioni di cellule B. Con micofenolato e ciclofosfamide sono state invece osservate riduzioni più ampie, che comprendevano anche ilinfociti T attivati.

Il dato immunologico va tuttavia interpretato con cautela: l’interazione tra strategia terapeutica e tempo non è risultata significativa. Non è stata quindi dimostrata una differenza tra le tre strategie nelle modificazioni longitudinali dell’immunofenotipo.

Nel complesso, l’analisi del registro LOOPS indica dunque che, a 52 settimane, l’efficacia clinica delle strategie basate su rituximab, micofenolato mofetile o ciclofosfamide endovenosa non differisce significativamente nella nefrite lupica attiva. L’immunofenotipizzazione approfondita potrebbe però offrire ulteriori informazioni sulle dinamiche della risposta immunitaria e contribuire, in futuro, alla stratificazione della risposta e allo sviluppo di approcci di medicina di precisione nella nefrite lupica.