
Algodistrofia, le barriere che ostacolano la comprensione della patologia
La sindrome dolorosa regionale complessa (CRPS) nota anche come algodistrofia è una condizione rara, multisintomatica, cronica e fortemente invalidante. Si caratterizza per la presenza di dolore persistente regionale accompagnato da anomalie sensoriali, motorie e autonomiche.
Nonostante l’evoluzione delle conoscenze, l’algodistrofia resta tuttora poco conosciuta e difficile da diagnosticare. Per comprendere le motivazioni e le barriere che ostacolano una migliore comprensione di questa condizione e le difficoltà che incontrano i ricercatori nella conduzione degli studi, un’équipe dell’Università di Varsavia, in Polonia, ha condotto una revisione sistematica della letteratura, estrapolando i lavori dai principali database della letteratura scientifica internazionale (PubMed/Medline, Science Direct, Scopus, Wiley Online Library e Google Scholar). Il lavoro è stato pubblica sull’International Journal of Molecular Sciences.
Le difficoltà emerse negli studi sull’algodistrofia
Come criteri di selezione degli studi sono stati utilizzati termini collegati alla CRPS, agli aspetti clinici e molecolari, alla neuroinfiammazione, ai biomarcatori e alle sfide nella ricerca. Sono stati analizzati 55 lavori originali sulla CRPS e 17 studi relativi agli aspetti immunologici, biochimici e molecolari.
In tutti gli studi inclusi nella revisione è stata osservata una forte variabilità nella metodologia usata. La maggior parte degli studi riferiva la difficoltà nel reclutamento dei partecipanti e nel controllo dei fattori di confondimento (riportata nel 62% degli studi) tra cui per esempio l’eterogeneità del campione, l’influenza delle strategie di coping del dolore, fattori psicologici e socioculturali (62% degli studi).
Anche nelle ricerche sui marcatori prognostici e diagnostici di malattia sono emerse criticità: trattandosi di una condizione rara, il reclutamento dei pazienti è difficoltoso e pertanto gli studi sono condotti su piccoli numeri; i modelli in vitro spesso falliscono nel riprodurre la complessità dell’infiammazione in vivo, limitandone l’applicazione. Non solo ma i risultati relativi agli stadi iniziali di malattia non sono generalizzabili e pertanto non possono essere estesi alle fasi avanzate dato il differente meccanismo patogenetico e profilo sintomatico.
In aggiunta, a “pesare” sulla comprensione della malattia rientrano anche l’eterogeneità della patologia, la difficoltà nel controllo dei fattori confondenti, la variabilità nell’approccio terapeutico adottato e la mancanza di strumenti oggettivi standardizzati per la diagnosi (i Criteri di Budapest, al momento gold standard nella diagnosi, presentano un range di sensibilità molto ampio che va dal 45 al 99% a seconda dell’expertise del clinico).
Tutte queste evidenze rappresentano un ostacolo nello sviluppo di biomarker affidabili e trattamenti evidence-based e costituiscono una sorta di barriera per la ricerca su questa patologia.


