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Sonno e ritmi circadiani: nuovi fattori di rischio modificabili per l’osteoartrosi

Dormire poco, soffrire di insonnia o lavorare di notte non incide solo sul benessere generale, ma potrebbe aumentare in modo significativo il rischio di osteoartrosi (OA) e di ricorso alla chirurgia protesica. È questa la conclusione principale di un ampio studio prospettico condotto nella UK Biobank, che suggerisce come la disfunzione del sonno e dei ritmi circadiani rappresenti un potenziale fattore di rischio modificabile per la degenerazione articolare.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Arthritis Care and Research” da Elizabeth Yanik, della Washington University a St. Louis, negli Stati Uniti, e colleghi, ha analizzato i dati di circa 500.000 partecipanti, valutando l’associazione tra durata del sonno, presenza di insonnia e tipologia di lavoro a turni con quattro endpoint clinicamente rilevanti: osteoartrosi di ginocchio e anca, artroprotesi totale di ginocchio (TKA) e di anca. Le analisi, basate su modelli di regressione di Cox e corrette per numerosi fattori sociodemografici e occupazionali, mostrano risultati coerenti e clinicamente significativi.

In particolare, dormire meno di 6 ore per notte è risultato associato a un aumento del rischio per tutti gli endpoint considerati, con hazard ratio compresi tra 1,21 e 1,41 rispetto a una durata di riferimento di 7 ore. Analogamente, i soggetti che riferivano di soffrire “abitualmente” di insonnia o disturbi del sonno presentavano un rischio aumentato di OA e di intervento protesico, con incrementi compresi tra il 24% e il 40%.

Un segnale rilevante emerge anche per il lavoro notturno: i lavoratori esposti a turni notturni mostravano un rischio più elevato di osteoartrosi di ginocchio (+24%) e di artroprotesi di ginocchio (+28%) rispetto ai non turnisti. Sebbene l’aggiustamento per l’indice di massa corporea attenuasse parte delle associazioni, i legami tra sonno breve, insonnia e OA rimanevano significativi, suggerendo meccanismi patogenetici in parte indipendenti dall’obesità.

Di particolare interesse per il clinico è il fatto che le associazioni osservate risultavano sostanzialmente sovrapponibili anche dopo l’esclusione dei partecipanti che riferivano dolore cronico a ginocchia o anche al momento della valutazione del sonno, riducendo la probabilità di un’inversione causale.

Nel complesso, questi dati rafforzano l’ipotesi che la disorganizzazione dei ritmi circadiani possa compromettere l’omeostasi dei tessuti articolari, contribuendo alla degenerazione cartilaginea attraverso vie metaboliche, infiammatorie e biomeccaniche. Per il reumatologo, lo studio apre prospettive nuove: la valutazione e la correzione dei disturbi del sonno potrebbero entrare a far parte delle strategie di prevenzione dell’osteoartrosi, affiancando gli interventi tradizionali su peso corporeo, attività fisica e carichi articolari.