Sono oltre 5 milioni le persone in Europa che convivono con una malattia infiammatoria cronica. Patologie che possono colpire l’apparato gastrointestinale (colite ulcerosa, malattia di Crohn) o manifestarsi a livello cutaneo (psoriasi) e coinvolgere le articolazioni (artrite reumatoide, artrite psoriasica), in ogni caso malattie croniche che incidono pesantemente sulla qualità di vita di chi ne soffre.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto significativi progressi nella conoscenza dei meccanismi dell’infiammazione e ha portato a sviluppare opzioni terapeutiche in grado di intervenire in modo mirato sul processo infiammatorio. Si sono aperti quindi nuovi scenari per la vita e il futuro di chi ha una patologia infiammatoria cronica.

Questi temi sono stati affrontati nell’incontro “Infiammazioni, sfide e risposte – Il popolo delle malattie infiammatorie croniche: fattori biologici, aspetti clinici, ricadute sociali”, una Masterclass per i giornalisti promossa da Galápagos Biopharma Italy insieme all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Centro di eccellenza per la ricerca e il trattamento delle malattie infiammatorie.

Microbiota e meccanismi dell’infiammazione: un importante campo di ricerca

Maria Rescigno, capo del laboratorio di Immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas e docente all’Humanitas University, si è soffermata su un filone di studi cruciale, dal quale ci si attende molto per il futuro, ossia le ricerche sul ruolo del microbiota intestinale nell’instaurarsi dell’infiammazione.

Artrite reumatoide, i farmaci biologici hanno cambiato la storia della malattia

Carlo Francesco Selmi, responsabile dell’Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica di Humanitas e docente all’Humanitas University, ha elencato “le tante buone notizie per le persone con artrite reumatoide”, che vengono dai progressi della ricerca e della clinica.

“In primo luogo – spiega Selmi – le persone hanno eccellenti probabilità di ricevere la diagnosi molto prima rispetto al passato e questo, perché siamo diventati più bravi a sospettarla e abbiamo tecniche di laboratorio che ci permettono di riconoscere la malattia in uno stadio più precoce. Secondo, dal punto di vista della terapia, oggi le raccomandazioni sono universali e internazionalmente note e, quindi, la probabilità che la stessa persona riceva lo stesso trattamento in Centri diversi è molto più alta rispetto al passato. Terzo punto, nel trattamento si utilizza molto meno il cortisone e questa è una differenza abissale rispetto agli anni passati, quando il cortisone veniva impiegato ad alte dosi per lunghissimi periodi di tempo causando una serie di effetti collaterali a medio e lungo termine.”

Selmi prosegue il suo elenco ricordando che oggi si può fare in modo che una paziente con artrite reumatoide abbia una gravidanza di successo, con un’opportuna modulazione delle terapie. E riassume così la svolta nell’approccio terapeutico:

Abbiamo allargato le nostre conoscenze sull’artrite reumatoide, e attraverso queste informazioni siamo in grado di colpire dei bersagli molto accurati all’interno del sistema immunitario impiegando i farmaci biologici e le piccole molecole per annientarli e portare al controllo della malattia. E possiamo disegnare molto meglio il percorso che si delinea per i pazienti, un percorso che oggi non è più condizionato dalle deformità. In passato tante persone dovevano sottoporsi ad interventi per risolvere le gravi deformità. Oggi queste divisioni sono scomparse perché la curva degli interventi chirurgici per l’artrite reumatoide è letteralmente crollata dopo l’arrivo dei farmaci biologici e delle piccole molecole.

“L’obiettivo delle cure – conclude Selmi – deve essere quello di consentire al paziente di fare una vita normale attraverso la terapia, Il sogno nel trattamento dell’artrite reumatoide è tirare indietro le lancette, quindi riportare la situazione a prima della comparsa dell’infiammazione cronica, che comporterebbe far guarire la persona con questa patologia. Noi oggi possiamo soltanto controllare la malattia.”

Psoriasi e artrite psoriasica, malattie da gestire con un approccio multidisciplinare

Antonio Costanzo, responsabile dell’Unità Operativa di Dermatologia di Humanitas e docente all’Humanitas University ha ricordato che in Italia la psoriasi colpisce circa 2 milioni di persone (2,9% della popolazione generale). Di queste, il 30% circa è affetto da una forma moderata-severa, che impatta in maniera importante sulla qualità di vita del paziente.

Costanzo ha ricordato che la Ppsoriasi moderata-severa è associata a un aumentato rischio di eventi cardiovascolari acuti, perché il processo infiammatorio colpisce anche le coronarie. Inoltre, una quota tra il 20 e il 30% dei pazienti con psoriasi può sviluppare l’artrite psoriasica. La Ppsoriasi, quindi, va trattata non solo per migliorare la qualità di vita dei pazienti, ma anche per prevenire le comorbidità cardiovascolari e l’insorgenza di artrite psoriasica.

Costanzo ha ricordato che il 3% dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali ha anche la psoriasi. Inoltre, nei pazienti con psoriasi, soprattutto nella forma moderata-severa, è possibile riscontrare un’infiammazione subclinica intestinale. Esiste, dunque, un forte legame tra i processi infiammatori intestinali e quelli della pelle. Di qui l’importanza di un approccio multisciplinare. Spiega Costanzo:

Le figure mediche professionali che normalmente prendono in carico i pazienti con psoriasi e artrite psoriasica sono il dermatologo e il reumatologo, ma non è infrequente che il gastroenterologo abbia pazienti che sviluppano la psoriasi a seguito di terapie per la malattia di Crohn o la colite ulcerosa, la cosiddetta psoriasi paradossa; si tratta di forme anche molto gravi per cui il dermatologo deve essere contattato e consultato per impostare una terapia che possa coprire tutte e due le aree, quella intestinale e quella cutanea. Fortunatamente, oggi abbiamo la possibilità, confrontandoci con il gastroenterologo, di migliorare sensibilmente l’infiammazione nel paziente con malattia di Crohn e colite Uulcerosa, grazie a terapie combinate, che colpiscono più aree agendo su un meccanismo fondamentale dell’infiammazione patogenetica.

“Il vantaggio del team multidisciplinare nella presa in carico dei pazienti con malattie immunomediate – conclude Costanzo – non è tanto dal punto di vista puramente diagnostico, se non in casi eccezionali, quanto nell’avere la possibilità di coordinare la terapia e il follow-up del paziente.”

Galapagos, ricerca biotech per migliorare la vita dei pazienti

Iole Cucinotto, direttore medico di Galapagos Italia, racconta quali sono gli obiettivi dell’azienda biotech impegnata nel settore delle malattie infiammatorie croniche. Un’attività che parte dalla ricerca per arrivare a migliorare la qualità di vita dei pazienti.

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